Sesso bruto con il rozzo giardiniere
Con il cuore che gli batteva all'impazzata, Carlo sapendo che quella mattina doveva venire il giardiniere della sua azienda a cui aveva chiesto il favore di sistemare le nostre piante e conoscendo la mia incapacità a resistere a quel genere di maschio, che io non conoscevo e che lui aveva mandato a casa, il respiro gli si mozzò in gola mentre cominciavo il mio racconto della giornata.
Sapevo quanto lui fosse tormentato dalla gelosia e dal piacere di essere il cornuto di veri maschi, pertanto, le mie parole erano sempre crude, volgari, prive di qualsiasi filtro.
Mentre guardava il mio corpo accanto a lui, iniziai a raccontargli di quel pomeriggio torrido, gli ho descritto Antimo, il giardiniere, come un uomo rozzo, con le mani callose e la pelle bruciata dal sole. Era un animale, questi termini fecero sussultare il mio caro maritino.
Gli raccontai come il giardiniere mi aveva fissata per ore, commentando a voce alta con il suo socio Antonio, anch’egli un uomo sulla sessantina rozzo e burbero, quanto fossero oscene le mie tette che quasi esplodevano dal top bianco e aderente che indossavo sopra una mini rossa elasticizzata e degli zatteroni con zeppa alta dodici centimetri dello stesso colore del top.
Incurante che io potessi sentirlo, aveva detto al socio che voleva mordermi quelle tette molli, che voleva usarle come un giocattolo, che quella carne prorompente del mio corpo era fatta solo per essere presa a schiaffi e scopata a fondo.
Carlo sentì un brivido di orrore e un'improvvisa, violenta scarica di piacere tra le gambe manifestata con una evidente erezione. Ascoltava che, invece di indignarmi, ero rimasta paralizzata dall'eccitazione. Più l'uomo era volgare, più sentivo l'umidità scivolare tra le cosce. Proseguii dicendogli che mi aveva chiesto dell’acqua e quando mi sono avvicinata a lui per dargli da bere, gli confessai che l'odore di maschio sudato mi aveva fatto impazzire. Sapeva di terra, di fatica e di sesso. Era l'odore di un uomo che non voleva corteggiarmi, ma che voleva solo fottermi come una troia.
Il racconto diventava sempre più brutale. Gli descrissi come dopo essersi dissetato, mentre il suo socio era andato a comprare del concime, mi avesse preso per i capelli, guidandomi verso un angolo riparato del giardino. Il vecchio porco del giardiniere non aveva perso tempo: mi aveva sbattuta contro il muro di pietra, strappandomi i vestiti con una violenza che mi aveva fatta gemere di piacere. "Mi ha afferrato le tette, stringendole così forte da lasciarmi i segni, mentre mi urlava quanto fossi una puttana formosa”, gli raccontavo con un dettaglio grafico che rendeva la scena quasi tangibile.
Carlo ascoltava, ipnotizzato, mentre il suo cazzo pulsava prepotentemente nei pantaloni. Sapevo che l'umiliazione che sua moglie era stata posseduta da un lurido operaio si mescolava a un'eccitazione morbosa. Descrivevo come il giardiniere mi avesse sollevata, costringendomi a sentire il suo cazzo duro e sporco di sudore contro la mia fica bagnata. Proseguii dicendogli come mi aveva penetrata con un colpo secco, brutale, senza alcuna dolcezza, spingendo a fondo in un ritmo animalesco che mi aveva tolto il fiato.
"Mi scopava come se volesse rompermi in due, ogni spinta era un colpo di martello", continuavo nel racconto. "Sapevo che mi stava usando solo per il mio corpo, che vedeva in me solo un buco da riempire e due tette da spremere e questo mi faceva godere più di ogni altra cosa. Gridavo mentre lui mi sbatteva il culo contro il muro, sentendo il suo sudore colare su di me, mescolandosi al mio."
Carlo chiuse gli occhi per un istante, evidentemente immaginando la scena: sua moglie, la sua perfetta e sexy Tina, ridotta a un oggetto di piacere per un estraneo, mentre godeva di ogni singola sberla e di ogni spinta violenta. Come spesso mi spiegava le sue sensazioni erano sempre di sentirsi piccolo, inadeguato, tradito, ma allo stesso tempo eccitatissimo. Mi guardò di nuovo fissa negli occhi e dalla luce dei quali capivo che la depravazione descritta era per lui insopportabile e irresistibile allo stesso tempo. Appoggiai la testa sul suo cuore, gli martellava contro le costole, doveva essere un misto di rabbia, vergogna e un desiderio oscuro che lo faceva fremere. Le mie parole stavano dipingendo un quadro di depravazione che lo faceva sentire sia piccolo che incredibilmente eccitato.
«…e quando finalmente è arrivato l'orgasmo, non è stato niente di quello che ho mai provato. «È stato un'onda di calore che mi ha invaso dal ventre, un fuoco che si è diffuso fino alle punte dei piedi, facendo vibrare ogni fibra del mio corpo. Ho sentito il mio interno contrarsi in spasmi così profondi che ho temuto di spezzarmi, eppure ogni contrazione mi ha portato più lontano, più in alto, come se stessi volando sopra il mio stesso piacere. Non ho mai gridato così forte, non ho mai tremato così tanto, nemmeno quando feci l'amore la prima volta.»
Carlo deglutì a fatica. Le immagini della moglie che si contorceva sotto le spinte violente del giardiniere lo faceva impazzire.
«Poi, mentre ancora gemevo, lui ha affondato le dita dentro di me, le ha mosse con una rudezza che mi ha fatto sobbalzare, poi le ha estratte, rigide e lucide del suo sperma caldo e le ha portate direttamente alle mie labbra». Ho proseguito poi raccontandogli di come il giardiniere, con un ghigno bestiale, mi avesse ordinato di leccare quelle dita sporche. «Mi ha detto: “Succhia, troia, pulisci bene le mie dita, voglio sentire il tuo gusto di puttana mentre mi lecchi lo sperma dal pollice”. Gli descrissi, mentre Carlo chiuse gli occhi per un attimo, immaginando la scena, come la mia lingua aveva avvolto le dita callose dell'uomo, il mio respiro affannato mentre il sapore forte e salato riempiva la mia bocca.
«Dopo che ho finito di leccare le dita, lui mi ha afferrato i capelli, mi ha trascinata giù finché non sono stata in ginocchio davanti al suo cazzo ancora pulsante. Mi ha detto: “Adesso puliscimi bene, puttana. Voglio vedere la tua lingua scorrere su ogni centimetro, voglio che il mio cazzo brilli grazie alla tua bocca”». Le mie parole erano intrise di un piacere perverso: «Ho iniziato a leccare dalla base, risalendo lungo l'asta, sentendo il sapore amaro del suo sperma mescolato al mio stesso gusto, ogni passata di lingua era una scossa che mi faceva gemere. Lui mi insultava, mi chiamava “cagna”, “vacca da monta”, mentre il suo cazzo si induriva ancora di più sotto la mia bocca, e io, invece di fermarmi, ho accelerato, volendo farlo esplodere nuovamente dentro di me».
A quelle parole, Carlo sentì una vampata di calore attraversargli il viso che divenne paonazzo. Il suo respiro divenne corto, affannoso, come se stesse realmente assistendo a quella scena. Mi confessò che il pensiero di me così totalmente presa, così desiderosa di essere usata e umiliata, lo faceva fremere. La gelosia si mescolava a una eccitazione viscosa, quasi dolorosa, che lo spingeva a voler afferrare il suo stesso membro e strofinarlo contro il lenzuolo, immaginando la mia lingua che avvolgeva il cazzo del giardiniere, il rumore succhioso, i gemiti soffocati, lo sperma che colava dalle labbra della moglie.
«Quando finalmente ha estratto l'ultimo gocciolamento dal suo cazzo», proseguii nel mio racconto, «mi ha guardato negli occhi e ha detto: ‘Sei davvero una puttana nata, tesoro. Ora vai a lavarti la bocca, ma ricorda che il mio sapore resterà sempre su di te».
Carlo mi mise una mano sulla bocca, con un tremito, che mi confessò, non essere solo di rabbia, ma anche di una strana, perversa ammirazione per la mia capacità di abbandonarmi così completamente al piacere brutale che tanto lo tormentava ed eccitava alla follia.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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